giugno 22, 2015 at 8:35 am

Il presidente

Il presidente

ANTEFATTO

Il Presidente godeva di una cultura fatta in casa, decisamente collegata alle tradizioni orali delle proprie contrade, e dei suoi studi ricordava soprattutto il fatale episodio di nonnismo che, pur turbandolo ancora, ma oramai non più di tanto, gli aveva per la prima volta, giù in fondo all’oratorio, aperto gli occhi ( si fa per dire) alla vita.

Alla fine degli ultimi anni ’70 – dopo essersi fatto le ossa ed alcune aree fabbricabili come sindaco della sua città –  aveva ottenuto dal partito di essere messo in lista come onorevole, e la Segreteria, malgrado l’invidia che gli portava, non aveva potuto opporsi per i benefici che nel tempo dalla sua posizione aveva fatto ottenere agli amici.

Era stato eletto in seguito ad  una campagna elettorale senza esclusione di colpi all’insegna del motto scherzoso diffuso tra i suoi di Peppe for President; e ciò perché oltre che diventare onorevole doveva assolutamente impossessarsi della carica di presidente regionale del suo partito, ad evitare scherzetti ed imboscate da parte di tutti quei mestatori faziosi, ignoranti ed invidiosi che gli rosicavano dietro.

Inutile dire che nel frattempo aveva accumulato grandi ricchezze, di cui una  parte era stata investita in stabilimenti dove si smerciavano innumerevoli varietà di articoli e materiali di tutti i generi.

Il più importante di tali fabbricati occupava quasi tutta la vecchia collina, una volta proprietà della nobile famiglia di cui il padre era stato  per lungo tempo prima infedele mezzadro e poi rapace fattore, e l’insediamento poteva considerarsi il tipico disastro da impatto ambientale, costituendo, più che un complesso commerciale, una massa edilizia orribile, infame ed agghiacciante, in cui volumi, spazi, ambienti, colori, odori, materiali e dignità umana risultavano sacrificati all’economia, alla speculazione e al denaro.

Accanto a  questa profanazione degradante e digradante sorgeva, afflitta da un grande tripudio di archi, l’immensa villa padronale progettata, costruita ed arredata da un inquietante geometra del terzo genere amico di famiglia che, lacerato tra pulsioni artistiche trasgressive, dato il suo stato, e povertà di linguaggi architettonici, data la sua ignoranza, aveva realizzato una mielosa e nauseante emergenza abitativa, che però faceva inumidire Gina di piacere ogni volta che  se la rimirava o che vi riceveva le amiche del cuore.

Il Presidente per tutti i reati che aveva commesso doveva essere condannato a morte ma, per la clemenza ben pagata di giudici compiacenti, aveva invece avuto solo alcuni mesi di domiciliari per aver fatto aprire presso l’Istituto che governava fidi e scoperti  a nome di sue insolventi società di comodo, per aver truffato innumerevoli poveracci vendendo falsi fondi di investimento e titoli tossici, e per aver praticato l’usura in società con avanzi di galera con cui operava anche nell’ambito della prostituzione stradale mediante la riduzione in schiavitù.

Il Presidente poi, nell’ansia e nella ambizione di essere fino, quando nominava la moglie diceva con vezzo romagnolo la Gina, come aveva sentito dire in uno di quei sfavillanti puttanai di Riccione, la discoteca più in di allora, dove era stato una volta con Renzo a spassarsela un po’; e la Gina era contenta di questo passo in avanti, un modo di rendere più elegante  la dizione oltre la marchicianità, ed anche lei, quando usciva con le amiche o ci telefonava, come teneva a dire, chiamava loro la Cisira, la Veruska,  la Marì, la Svetlana e così via; la Svetlana poi aveva una figlia che aveva battezzato Suellen come l’ eroina televisiva  e che,  nel linguaggio  del loro giro, era divenuta la Zuella.

Poiché, risultando pregiudicato, non poteva più ricoprire cariche nemmeno nel suo privato, il Presidente manovrava alcuni individui smaniosi di quattrini e di onori, che lui pilotava con sicurezza  dalla poltrona del suo studio.

Quella sera nella sua sopradescritta villa aveva convocato quelli di cui maggiormente si serviva e che aveva modo di comandare a suo piacimento, come dei cagnolini.

Arrivò per primo Aurelio, un tipo elegante, di carne bianca e di voce nasale, che la madre aveva voluto cosi battezzare per averlo quasi partorito nella Lancia Aurelia del marito mentre correvano all’ospedale.

Aurelio salutò con deferenza la Gina, assomigliava un pochino a quegli slavi che subito dopo la guerra attraversavano l’Adriatico con il sandolino e sbarcavano sulla spiaggia di Porto Recanati o di Civitanova, sedette sulla poltrona migliore, e con lenta cura accavallò le gambe aspettando gli eventi; odiava quel genere di riunioni con quei maleducati, vi si sentiva a disagio, ma di necessità si fa virtù.

In seconda battuta entrò in casa Renzo, un tipo dalla cultura zero e dai modi molto spicci; tanto spicci che prima di accomodarsi aveva toccato il sedere alla Gina, e glie l’aveva chiesta per l’ennesima volta, riscuotendo una occhiata di gratitudine e di invito all’attesa.

-Se vuoi te lo faccio anche sentire – le aveva sussurrato il porco, con un sorriso da satiro, baciandole la mano.

-Veniamo a noi – urlò l’ignaro Presidente dal bordo della piscina.

Renzo del Presidente era il più stretto fiduciario, gli stava sempre appiccicato ( perché una occasione così quando mi ricapita), aveva la base etica di un animale ed  il culto delle mogli degli altri; con il Presidente canagliavano insieme ma a volte entravano in competizione, come era successo per la Gina, che Renzo si voleva trombare contro il volere del capo, che era sicuro che quel bastardo – figuriamoci essa! – gli avrebbe dato giù a ruota libera, con il concreto pericolo di una scellerata fecondazione eterologa, sulla quale si stavano a spaccare il cervello medici, ricercatori, scienziati, preti e governo, mentre basta mandare la moglie con un  Renzo qualsiasi, o un mese a Riccione da sola, e tutto è sistemato; e rise sguaiatamente per la bella pensata.

-La pacca è importante, venite – sollecitò poi deglutendo il solito succo di pera impiastrandosi il mento.

La pacca, cosiddetta in campagna, era come dire in italiano la partita.

La partita, dunque, era importante.

-Importante? – chiese Aurelio con il tono di chi parla  a se stesso, guardando per aria con le labbra strette e le sopracciglia inarcate, ed incrociando in grembo le mani.

-Ma che cazzo e successo? – chiese  Renzo con la sua solita eleganza.

-Per favore! Certe parole in questa casa! C’è la Gina e ci sono anche la zia Palmina! – lo zittì il Presidente che quando s’accecava d’ira non distingueva più il singolare dal plurale.

Renzo guardò sorpreso Gina  – la zia Palmina era in cucina – che non si era affatto scandalizzata di quella parola che spesso, come anche tante sue amiche, aveva tra le labbra; comunque chiese scusa, e i due si misero ad ascoltare, ridacchiando tra loro.

-Tra quattro mesi si rinnova il Consiglio  e bisogna trovarsi pronti – esordì crudamente il Presidente senza inutili e faticosi preamboli.

-Quel deficiente di tuo fratello potrebbe tentare di farci fuori – precisò con aria grave e le palpebre un po’ abbassate Renzo, che della ditta era il direttore generale con tutti i poteri.

-Ma sarà difficile – aggiunse scuotendo la testa – lui dispone solo di una mazzumaglia di idioti che non alzano niente e che non riescono ad organizzarsi.

-E tu che ne dici? – chiese il Presidente ad Aurelio che era rimasto immobile e spento.

Ad Aurelio non piaceva sbilanciarsi in quei contesti, anzi gli dispiaceva, non intendeva assolutamente esporsi: fece quindi una mossa con la bocca come a dire bo! e si assestò meglio sulla poltrona, stringendo ancora di più le mani in grembo.

Il Presidente per questa connaturata capacità di non decidere e di mantenere sempre una distaccata calma lo giudicava il più affidabile dei suoi collaboratori, e gli aveva chiesto ed aveva ottenuto che fosse il suo alter ego  alla guida dell’azienda; così, pensava non a torto, comando sempre io, e inoltre questo non vuole nemmeno scoparsi la Gina, come invece sapeva fossero i desideri  di Renzo che, secondo lui, c’era quasi arrivato.

Magnamolto i muti ( omnia munda mundis) – sospirò comunque per respingere quel fastidioso pensiero, come faceva il povero suo padre che diceva così quando qualcuno gli riferiva malignità su quello o su quella; e si  ricordò nell’occasione del latino del parroco presso cui la zia Palmina aveva fatto la perpetua  ed al quale – a detta di tutti – forniva dettagliati esempi sui costumi non sempre esemplari delle fedeli.

Poi il parroco era morto e zia Palmina era venuta a vivere con loro.

Intanto Gina e Renzo conversavano licenziosamente in piscina ad alta voce, e lui a sentire quelle cose che dicevano si stringeva  gli occhi con il pollice e l’indice sulla radice del naso, come tutti quelli che hanno grandi pensieri o che hanno esaurito la loro scorta di tolleranza.

-Andiamo avanti – ruggì poi come esasperato, guardando Aurelio che gli era rimasto accanto ma che peraltro dava l’impressione di tanto in tanto di appennicarsi, apparentemente insensibile alle forme di Gina che intanto, uscita dall’ acqua, si stava asciugando massaggiandosi giuliva di qua e di là al cospetto di tutti e senza alcun ritegno.

-Volete un pompinello? – aveva poi chiesto  svampita zoccolando sul pavimento di finto cotto; la Gina chiamava pompinello il pompelmino senza alcuna malizia ma semplicemente sbagliando.

-Oppure un po’ de vi’ bianco – aggiunse guardando Renzo che preferiva sempre qualcosa di piuttosto alcolico.

Il Presidente rischiò di offendersi di  fronte ai pesanti commenti di  Renzo sul termine che era venuto fuori a Gina per chiamare il succo di pompelmo, mentre Aurelio non aveva saputo dire che bah, toccandosi i polpastrelli di una mano con quelli dell’altra,

-E du’ spaghetti non ce li magnemo?  – chiese Renzo scacciando Lupo che non smetteva di guardarlo come se fosse una bistecca.

-No grazie – mormorò Aurelio che proprio ne aveva abbastanza e non vedeva l’ora di lasciare quel consesso  per andare ad inferetrirsi nel suo letto; aveva intanto voltato il bel viso dall’altra parte e faceva finta di guardare compiaciuto un orribile nano di gesso cui il Presidente teneva tanto, perché regalo di un famoso cravattaro di cui era stato socio e scomparso da poco.

 

Poco dopo gli spaghetti arrivarono, fumanti e al dente, serviti dalla zia Palmina, mentre Gina, ripiena di bigodini e in sottoveste, s’era accomodata a capotavola al suo solito posto.

Fu la prima a servirsi, fu la più lesta ad iniziare senza aspettare nessuno e, con il gomito sinistro sul tavolo assieme a tutto il braccio, e con la forchetta impugnata con la mano destra a metà manico, avidamente mangiava.

-A tavola e a letto senza rispetto – sentenziò mezza nuda com’era e a bocca piena, citando l’antico proverbio delle montagne, mentre la zia Palmina si faceva il segno della croce.

Subito Renzo dette segni di eccitazione mentre il Presidente invece si rannuvolò, per uno di quei pensieri maledetti che quando ti prendono riescono a darti subito un senso di angoscia.

-A che pensi cocco mio? – vocettò preoccupata Gina che s’era accorta del cambiamento ed era portata ad attribuirne la causa alla mano che Renzo le  aveva infilato tra le gambe.

-Lui…non ci abbiamo pensato…- farfugliò e balbettò il Presidente con lo sguardo fisso nel vuoto, i gomiti sul tavolo ed i piedi fuori dalle scarpe che, sedendo, aveva sfilato.

Lui era il Presidente del collegio sindacale, che aveva sempre da dire qualcosa  sui libri sociali che Aurelio e Renzo gli  presentavano, e che aveva sempre incuriosito Gina perché una volta qualcuno aveva detto che se fosse stato un cane da caccia sarebbe stato un cane da pelo.

Nel corso della notte comunque anche questo ostacolo fu superato e l’organigramma dell’azienda completamente  definito .

-Je dimo a tutti su lu c*** – aveva gridato soddisfatto Renzo salendo ubriaco sul trampolino per andare a tuffarsi nella piscina.

-Si dice je damo – l’aveva ripreso il Presidente che all’italiano ci teneva – je dimo significa je dicìmo e no je dacìmo.

Quando, ormai all’alba, Renzo se ne andò, lasciò il capo che dormiva come un sasso sul lettino di plastica ai bordi della piscina e la Gina, con la sottoveste senza niente sotto, a fumarsi una sigaretta sul divano del salotto, rilassata e soddisfatta per le penetranti attenzioni ricevute.

 

                                                              ***

 

Questo antefatto è servito per inquadrare l’ambiente in cui la storia si è sviluppata e per descrivere i personaggi che ne sono stati gli interpreti, con i loro atteggiamenti tipici della cafoneria internazionale, cui di diritto quasi tutti appartenevano.

Il Presidente, un colletto bianco portato a delinquere, Gina, una furba e falsa svampita, Renzo, un profittatore senza cultura e senza morale in cerca di occasioni, ed Aurelio, una persona educata e fondamentalmente seria in costante difesa tra quegli essere ordinari che per motivi di lavoro era costretto a frequentare, tutti mischiati insieme rappresentano uno spaccato della società provinciale venuta fuori dalla grande crisi agraria di quegli anni.

La vecchia classe di Reggimento, formata da persone che avevano studiato pubblica amministrazione e ne sapevano, a poco poco era stata rimpiazzata nei consigli comunali e nelle commissioni edilizie da sparvieri famelici di soldi e di potere ma di non adeguata cultura, spesso collusi con costruttori senza scrupoli che edificavano, per venderle a chi si inurbava dalla campagna, case di quinto ordine e rifinite con quattro soldi, cosicché le periferie e le colline si erano riempite di fabbricati  dalle architetture più sgradevoli, più insulse e più ripugnanti, con cemento taroccato e a vista, gli infissi in anodizzato, le tapparelle andanti e grigiastre al posto delle persiane e così via, in un concerto di cattivo gusto lontano anni luce da quello spirito con cui erano stati costruiti i maestosi palazzi che, dal cinquecento ai primi del novecento, avevano contribuito ad arredare e rendere nobili le città.

Nel libretto, come nell’antefatto, compaiono poi parole e frasi facenti parte del repertorio allora in voga in quel giro, ed il lettore – al quale comunque chiediamo scusa – non deve trarne scandalo, dal momento che esse vanno inquadrate nel verismo con cui si è cercato di raccontare questa storia.

E andiamo ora ad interessarci di quel particolare giallo di cui il nostro Presidente divenne involontario protagonista.

CAPITOLO I

La sera dopo il Presidente era di nuovo lì in villa, e si muoveva in tinello andando e venendo tra il frigorifero ed il televisore, entrambi ripieni di cose succulente; infatti Gina – che era andata al mare con la Marì – gli aveva lasciato nel primo un  sanguinolento fracoscio di manzo, mentre dal secondo, precisamente da Retecapri, veniva fuori quello non meno invitante di Jessica Rizzo in perizoma succinto e con i poccioli belli dritti.

Dal canto suo pure il Presidente s’era messo in libertà, togliendosi quell’impegnativo doppio petto attillato che gli aveva fatto Domenico, il sarto più bravo della provincia, che gli tirava sotto le ascelle e lo infastidiva così tanto da fargli a volte invidiare il povero padre che per tutta la vita  di vestiti ne aveva avuto uno solo, blu e bello largo, con il quale s’era cresimato, sposato ed in via conclusiva riunito al Signore.

La sua libertà consisteva in un paio di boxer d’alta moda ed in una canotta fatta apposta per certi campionati del mondo, un completino bianco candido in sintonia con la pelle chiara del suo musetto da bambino, il tutto completato da un bel paio di ciabattine di plastica senza colore calzate su pedalini corti di cotone verdino.

Il sibilo del telefono lo colse mentre, con le gambe atteggiate alla cavallerizza, s’assestava con le tre dita centrali della mano destra le non esuberanti virilità, uno degli argomenti che Gina impietosamente prediligeva nel corso delle piazzate da caserma che ogni tanto gli piantava.

Per quanto meravigliato, data l’ora, rispose.

-Il Presidente ?

La voce era giovane, da ventenne.

-Sii – rispose in tutto e per tutto, cercando di capirne la titolarità.

-Il bellone, il bambolone?

La voce giovane ed insolente andava sicura.

-Ma..ma..

-Trova difficoltà  a dormire, vero?

-No..no.. –  s’impappinò.

-E allora perché è lì in tinello alle due di notte, a quest’ora in cui tutti i bambini..

-Ma che vuoi?

Non la fece finire, con la sorpresa le origini ritornavano a galla; la voce del Presidente era ridiventata ruvida e gallastrina come quella del povero padre quando urlava ai salariati in campagna, non era in quel momento capace di modularla e controllarla, come invece aveva imparato a fare da quand’era un pezzo grosso.

-Ma via, non s’innervosisca, sono una sua amica, una sua fan: ma quelle sue mani sono pericolose,  non tutti sopportano, non tutti dimenticano…

E trak.

Rimase con il telefono in mano.

-Che scherzo del cazzo! – pensò.

La mattina dopo non fece in tempo ad entrare nella vettura canna di fucile che lo disse subito a Renzo il quale, per il letamaio umano che frequentava, non vide nell’episodio nulla di anormale.

-Sarà qualche troia che ti sei pomiciato e che vuole spillarti qualcosa –  si limitò ad osservare l’uomo, con la affettuosa dimestichezza di chi è abituato a considerare quel genere di donne animali socialmente utili.

Il Presidente non ci pensò più, quella mattina aveva una grana con i sindacati che metteva paura, e praticamente avrebbe dovuto spicciarsela  tutta da solo.

Inoltre c’era in cantiere una grande avventura, l’avventura più grande della sua vita, sarebbe anche potuto diventare il presidente di una storica fondazione, e per questo si sarebbe rimessa in moto la famosa campagna Peppe for President.

A tale proposito telefonò nel pomeriggio ad Arianna, una bionda scafata dai capelli gretti e dalle labbra carnose, cui per queste qualità aveva affidato il compito di guidare le truppe, e la donna gli garantì che tutto era in ordine e tutto andava per il meglio: aveva a tal fine contattato una Eminenza che aveva conosciuto a Roma in occasione di un ritiro, e Sua Eminenza aveva fatto alcune telefonate decisive a chi di dovere.

Volle conoscere il costo di questa operazione di precisione chirurgica, e lei lo rassicurò che aveva già provveduto di persona, lasciando intendere che non s’era trattato di vile denaro.

 

La sua amica si rifece viva due giorni dopo, mentre in dormiveglia navigava di ritorno da Roma sulla grande berlina  guidata da Renzo.

-Le mani, Presidente, quelle sue mani..- gli aveva gioiosamente ancora cinguettato.

-Vattelo a fa da’… – l’ aveva gentilmente esortata  chiudendole il telefono in faccia e provocando una grassa risata di approvazione da parte di Renzo.

I due non riuscivano comunque ad inquadrare questo misterioso fatto delle mani e della ancora più misteriosa telefonista.

Due giorni dopo con una bella letterina anonima arrivò un pacchettino con dentro una mano di manichino da uomo: lo trovò aperto sulla scrivania, lo aveva aperto la signora Tina, sotto il cui sguardo severo ora lo rimirava con candido e preoccupato stupore.

-Signora Tina…-  accennò appena a quella fedelissima donna indicandole il reperto e facendole capire che si profilava qualcosa di fastidioso da cui gradiva essere protetto.

La signora Tina  prendendo in consegna il tutto per farlo sparire lo tranquillizzò con lo sguardo;

poi gli consegnò una lettera con sopra scritto personale riservata che un commesso aveva appena recapitato in segreteria.

Lo scoppio fu modesto ma sufficiente a bruciargli per bene le punte delle dita ed a coprirgli il volto di polvere nera.

-Perdinci-  seppe solo esclamare, volgendo il bianco degli occhi verso la signora Tina con l’aria del cane bastonato e soffiandosi sulle mani sulle quali già si stavano profilando delle vesciche.

Giù in fondo alla fabbrica il fiume luccicava sotto la luna, e lui si allisciava il mento  in piacevole riconsiderazione del tempo trascorso e dei buoni profitti che fino ad ora era riuscito ad accumulare.

Ricordò con nostalgia i tempi in cui era stato Onorevole e quando Secò de Mondo, il suo collaboratore nel collegio, gli aveva predisposto un testo di disegno di legge sul risparmio energetico da circolazione stradale.

Si alzò, prese il fascicolo e rilesse la versione originale, che poi lui aveva dovuto far tradurre in italiano curiale da un funzionario della Camera.

L’intestazione era la seguente: Provvedimento celere  per la soluzione immediata e sociale, senza chiusure ad alcuno dei partiti dell’arco costituzionale operanti nell’area democratica, del grave problema “energico” affliggente il paese, specie nella sua parte di popolazione più vicina ai valori della Chiesa e della Resistenza.

Tale pregevole cappello era stato ideato dall’amico Lorenzo Balzetti, un valore sotto questo profilo, e dotato di una straordinaria capacità di allegoria e di sintesi.

Proseguiva poi il testo, redatto a mano da Secò in cucina – se lo ricordava bene – con un fiasco di vino davanti:

Art 1)  La benzina e la nafta va risparmiate.

Art 2)  Allo scopo di cui al comma unico dell’articolo precedente, bisogna che le machine e i mezzi assimilati gira più poco.

Art 3)  Allo scopo di cui ai commi dei due  articoli che precede, nei giorni di domenica e le altre feste girerà quelli co’ le targhe pare, o quelli che la porta dispara, senza distinzione di targhe.

Le targhe di coloro abilitati a girare nei giorni di cui al presente articolo sarà estratte a sorte nei seguenti modi di cui appresso, e secondo la procedura che leggesi nell’articolo che segue e seguenti.

Erano tempi eroici, l’alternanza delle targhe era stata veramente messa in atto dal Governo, e si commosse al ricordo di quanto prendeva come onorevole, una paga ben meritata dal momento che era stato anche capace di sfornare disegni di legge, e non s’era limitato a cellacchionare per i corridoi e a scolarsi  alla buvette Aperol e Campari divorando tartine con salmone e caviale, come fanno quasi tutti quegli asini moriammazzati che circolano per il Parlamento.

Poi gli era venuta in mente anche qualche mattana compiuta da giovane, anche lui in fin dei conti aveva badato a divertirsi, non s’era solo dato alle scalate sociali e al denaro.

Aveva sempre avuto il debole per quelle femmine che camminano su tacco 12 come pantere, la cui esaltata eleganza fatta di fuseaux leopardati e vertiginose scollature lo faceva impazzire, e la signora Tina, austera custode delle ultime pudicizie del suo regale padrone, aveva un bel da fare a mascherare, ripulire e far sparire.

Una volta, ma non l’aveva mai raccontato a nessuno, anche se poi la voce era girata per vie traverse, quando ancora non aveva la sua silenziosa torre da coito, come con elegante sussiego chiamava un appartamentino all’ultimo piano di un palazzo di periferia arredato con enfasi ed adibito a quell’uso, gli successe una cosa che ancora a ripensarci lo faceva ridere: era intrecciato nel letto di una pensione  con una ragazza, e quando dopo tanti affanni e tante cariche era ormai entrato nella fase culminante, il lacerante e micidiale fischio del treno, che pareva stesse passando nella camera, gli aveva azzerato una erezione dura come la pietra; e la stessa faccenda gli era successa ultimamente, con quel maledetto telefono in macchina, sempre quando era sul più bello, con una tipa che cercava lavoro e non aveva altro da dare: il telefono aveva improvvisamente squillato, era Gina che voleva sapere dov’era per farsi con più tranquillità i cazzi suoi, e la regressione era stata anche quella volta immediata.

-Su li cojoni sto – le aveva risposto con garbo.

E così, di pensiero in pensiero, mentre ancora si sentiva per le ossa i fremiti dell’ultima lambada, con la mano pressata sul sedere di Samantha e gli occhi fissi su quello dell’altra che gli scodinzolava davanti, aveva sentito con terrore che qualcuno da dietro gli stava appoggiando due mani ghiacciate , una di qua e una di là, alla base del collo, proprio dove s’allarga sulle spalle, verso le scapole.

Era Renzo già ubriaco che voleva fargli uno scherzo; ma la paura quella sera era stata talmente grande che dovette subito correre in bagno; e mentre stava in bagno scorrendo le fotografie di Di Più, una di quelle riviste del genere letterario che Gina prediligeva e che teneva lì per quando era in seduta, lo angosciò e lo mise completamente a terra una telefonata sul suo cellulare della solita vocetta, che voleva ora sapere come stavano le sue mani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO II

-Possiamo mettere sotto controllo il telefono – osservò il Maresciallo per nulla intrigato dalla faccenda, trasportando di qua e di là le carte sulla scrivania tanto per sapere quello che fare: era il pezzo più forte della polizia giudiziaria e certamente sarebbe venuto a capo della questione.

Ma al Presidente il telefono serviva troppo e serviva libero, con tutte le comunicazioni che dava e che riceveva, né gli sembrava il caso che qualcuno stesse lì ad ascoltare.

Lasciò quindi perdere la denuncia (che tanto dopo bisogna sempre rimangiarsele)  provocando  gran sollievo nel suo interlocutore e, tramite Renzo, mandò a chiamare un investigatore privato.

Gli si presentarono una sera insieme in villa, e li ricevette nello studio di noce massiccia, strapieno di libri comperati a caso e che, tutti muniti di costola costosa, formavano una spregevole biblioteca: l’unica cosa viva era L’Intrepido, il cui ultimo numero troneggiava nel mezzo della scrivania; oltre a quello il Presidente dava un’occhiata a qualche rivista pornografica, accuratamente nascosta dietro le enciclopedie di basso profilo messe in bella fila nello scaffale più a portata di mano.

Renzo era quello che era, e l’investigatore si presentava come un bodyguard alto 2 metri fasciato in jeans cinesi spudoratamente scoloriti, da cui strabordava una pancia incredibile e presumibilmente ripiena quasi sempre di vino; fumava un sigaro nauseabondo che ogni tanto gli si spegneva in mano e che lui, con studiata calma, provvedeva  immediatamente a riaccendere.

Gli venne in mente lo Yanez di Salgari, uno dei pochi personaggi di narrativa che ricordava, e avvicinandosi per salutarlo, già seduto di fronte a lui, avvertì che dal collo liso della camicia di quell’uomo saliva un odore di stantio talmente forte da superare di gran lunga quello stesso del sigaro; portava infine, l’investigatore, delle scarpacce slabbrate che davano l’impressione di essere le uniche della sua vita, da quando, terminata bene o male l’adolescenza, i suoi piedi avevano assunto le forme e le dimensioni attuali.

-Madonna mia – pensò il Presidente ma non ebbe il coraggio di dire nulla.

– E’ un amico – gli fece l’occhiolino Renzo già visibilmente partito a causa di un bicchiere di Varnelli che aveva prelevato dalla vetrinetta del salotto appena arrivato.

Con grande riluttanza e con le gambe accavallate sulla poltrona falso ‘600, con false fiamme d’oro svettanti alla sua schiena, il Presidente si dispose a spiegare il perché della chiamata e come si fossero svolte le cose, mentre i due lì davanti tiravano dentro enormi quantità di rosso, premurosamente recapitato dalla signora Palmina che in casa era la vera matressa, occupandosi Gina  di cose ben più ad alto livello.

-Occorrono venti milioni tanto per cominciare – fu la richiesta di Armandino, così si chiamava quella specie di toro disfatto, dopo il racconto.

-Non è un problema – continuava a ripetere Renzo con la voce impastata mentre il Presidente andava in bagno a prendere i soldi: il geometra del terzo genere  infatti gli aveva piazzato la cassaforte sotto un finto water, perché in quel posto nessuno avrebbe mai pensato di andarla a cercare.

Qualche giorno dopo ebbe l’idea comunque di parlarne anche con un sacerdote, almeno quello presumibilmente  non  beveva, non era amico di Renzo e di certo non avrebbe voluto una lira.

Si recò quindi dai Salesiani, dove aveva fatto le medie, e fece fermare la berlina scura nel cortile.

-Senti cocco – gli fece subito il prete – un’altra volta la macchina la lasci fuori perché quello è il posto del Vescovo.

Quando poi ebbe udito il racconto Don Mario dette il suo parere:

– è uno che ce l’ha con te per qualche malaffare che hai combinato, e se ci rifletti un po’ alla fine ti viene in testa; comunque tu le mani, per quello che mi ricordo quando venivi a confessarti, le hai sempre usate male e troppo, ed hai anche rischiato di diventare cieco.

Il Presidente arrossì, in effetti da ragazzo aveva un po’ ecceduto, ma la colpa dopotutto era stata proprio dei preti, con quella loro tattica di demonizzare agli adolescenti la carne delle donne, le quali poi in confessione raccontavano dettagliatamente tutti i peccati che commettevano, e la cui assoluzione presupponeva anche devote opere di bene.

-Lasci perdere don Mario, sono cose passate, qui la faccenda è un’altra e non si può sapere come andiamo a finire.

-Chi s’impone s’espone.

Don Mario era rimasto inflessibile e coriaceo, e non provava alcuna pietà per i timori del Presidente.

-Pensa a quello che hai fatto con quelle mani, oltre a quello che sappiamo; non sarà che le hai allungate sulla roba o sulla donna d’altri?

Negò con tutte le forze, non avrebbe mai detto al prete delle baldracche che nel suo ufficio aveva palpato in ogni dove promettendo che avrebbe fatto dare dalla banca dei soldi ai loro mariti, e tanto meno del  denaro altrui di cui si era appropriato, perché le furbizie di Don Mario le conosceva, e sarebbe stato capace di far filtrare pessime notizie sul suo conto  durante la prossima campagna elettorale Peppe for President per la conquista della Fondazione

Capì comunque che da lì dentro non avrebbe cavato un ragno dal buco e, venendo via contrariato,  era rimasto incastrato con la mano destra nella portiera che Renzo aveva con troppa fretta richiuso mentre lui stava ancora a fare ciao ciao con la sinistra a quel terribile prete.

Ecco un altro segnale, pensava, mentre per non farsi accorgere teneva stretta la mano fra le cosce, seduto dietro nella lussuosa berlina; e per scacciare pensieri e dolori, ordinò a Renzo di portarlo al solito bordello, punto di confluenza di donne specializzate, capaci di far drizzare le orecchie all’uomo più depresso del mondo, le cui raffinatezze orali superavano di diecimila  volte, come egli amava ripetere, quelle di qualsiasi principe di qualsiasi foro.

Il Presidente naturalmente confondeva l’oralità con l’oratoria.

La tenutaria del bordello era una sua cugina alla lontana, e sapeva benissimo quale fosse la merce migliore da infilargli nel letto, e con cui lui potesse fraternizzare in giocosa amicizia; ma sapeva anche che prima di scendere in campo il Presidente doveva rilassarsi facendo quelle cose di sempre cui tutti i mortali agognano, chi più chi meno: per esempio mangiare tra amici senza quegli orpelli odiosi dei pranzi e delle cene ufficiali, dove in realtà si va solo per studiarsi a  vicenda e dove non si deve assolutamente né mangiare tanto né bere molto, pena la generale riprovazione di uomini e donne.

La cugina stessa, ancora prestante e formosa, portò in tavola le tagliatelle fatte con le sue mani, mentre Renzo non le staccava gli occhi dalla generosa scollatura.

Il Presidente, servendosi prima di tutti, ne aggredì un enorme piatto con un bello sparrone legato al collo; ma mentre era lì, tutto contento ed incasinato ad abbottarsi, era arrivata una delle ragazze con una gonna che a vederla le stava più stretta della sua stessa pelle e che, porgendogli sorridente  un cordless – al telefono  Presidente – gli aveva detto.

-Pronto – fece il Presidente con voce modulata e di circostanza, mentre tra sé e sé pensava volgarmente chi cazzo potesse essere.

Ed impallidì.

Dall’altra parte del filo la solita vocetta gli aveva sparato un bel porco, continuando a ricordargli quella oramai eterna faccenda delle mani chiedendogli informazioni sul loro stato; ma ciò che lo inquietava non poco era che, malgrado fossero già partiti venti milioni per delle ricerche senza esito, non si riusciva a immaginare nemmeno lontanamente l’identità di quella donnina tutto pepe e oltretutto così ben informata.

Pensò che Renzo lo tradisse, ma ragionandoci sopra capì che non era così: aveva deciso solo all’ultimo momento di venire dalla cugina e Renzo da allora non aveva più parlato con nessuno, salvo avvisare la signora Tina che non sarebbero passati in ufficio: era quindi, la bastarda, una persona che in qualche modo lo seguiva o aveva altri informatori.

-Sai che c’è – disse alla cugina e a Renzo che già stavano intrigando tra loro; e con insano gesto delle due braccia fece capire che non gliene sarebbe fregato un bel niente.

Alla fine della cena  la cugina gli presentò  il conto, con il caffè e con la perla del suo harem.

Canoa, così si chiamava la ragazza, gli strapiacque, anche per quel bel nome così sportivo, ed in effetti aveva addosso tutto ciò che può mettere fuoco a chi sa che potrà maneggiarla: e se, seduta com’era, dalla camicetta con le maniche  elegantemente rimboccate cercavano spazio un paio di tette toste veramente mondiali, dalla gonna venivano giù due gambe solide, perfette e dall’apparente durezza del marmo, tenute incrociate e languidamente legate, con soave modo di fare, da curatissime, larghe ed energiche mani.

-Osteria! – non poté fare a meno di esclamare il Presidente, alzando le sopracciglia e allungando il collo in avanti, con Renzo lì accanto che anche lui rimirava congetturando porcate.

Saliti in camera, mentre ancora in boxer si stava sfilando la cravatta, la ragazza in ginocchio non perdeva tempo, e così continuò dopo averlo ben disteso sopra il lino delle lenzuola; ma proprio nel corso dell’ultimo assalto, quando lui supino sentiva già tutto predisporsi per il meglio, avvertì una forte stretta su quelle cose che davvero nessuno vorrebbe mai mettere in mano a chicchessia.

La ragazza intanto aveva sollevato il viso interrompendo le terapie e lui, facendo il collegamento tra lo sguardo torvo che ora partiva da quel volto e la debolissima posizione  in cui s’era andato a trovare, capì che oramai tutto era affidato al buon cuore di quella strana compagna.

Ovviamente in capo a due secondi dentro quella mano non c’erano rimasti che cenci.

-Girati – gli ordinò la donna imprimendo sgradevolissime e ritmiche pressioni su quelli che lui a volte chiamava i cosiddetti.

-Girati – gli ordinò ancora più rocamente e rudemente, assestandogli con violenza sul dorso della mano destra un colpo preciso e secco.

E così, lì sotto come un ebete, con la mano ancora più dolorante e sempre prigioniero di quella presa che non mollava, sospirando si girò.

 

Due giorni dopo la locanda era serrata e sprangata e la lontana cugina chiusa nel carcere di Camerino, già bella interrogata dal giudice.

Ora aveva chiesto un colloquio con lui ed era andato su Renzo.

-Ha detto che non poteva sapere che Canoa era un uomo – riferì il tanghero allargando le braccia senza nemmeno preoccuparsi di trattenersi dal ridere, cosa che sguaiatamente, da solo e in compagnia, aveva continuamente  fatto da quando il Presidente era uscito da quella stanza con passo malfermo e pallido come un morto.

-Quando non c’è professionalità ecco quello che succede – sentenziò il Presidente che era inferocito con la cugina – ma io la faccio restare in carcere a vita!

Intanto le indagini continuavano e una sera Armandino salì con un elenco di persone  che secondo lui non erano state certamente a telefonare: Gina, la signora Palmina, la signora Tina, due o tre zitelle di campagna amiche della signora Palmina, ed infine Canoa.

No, nemmeno Canoa era la sfrontata e cinguettante telefonista, Armandino ne era talmente sicuro che ci si sarebbe fatto tagliare i …..ma capì per fortuna in tempo l’infelicità della frase che stava per pronunciare.

Anche il Presidente dal canto suo, e con l’aiuto psicologico dei venti ulteriori milioni che Armandino aveva preteso, era convintissimo che Canoa non potesse entrarci nulla; infatti a parte il fatto che a causa dei quintali di ormoni la sua voce era così roca e così dissonante rispetto a quella squillante e pulita della telefonista, l’avventura della locanda non sembrava frutto di particolari e sottili strategie.

Tanto meno  poi potevano  entrarci Gina, la signora Palmina, la signora Tina, e quelle altre pizzocchere messe giù dal rapace investigatore nell’insulso elenco in cui, invece di essere riportati i possibili nomi di qualche responsabile, venivano elencati tutti quelli delle persone che sicuramente non potevano essere sospettate.

Fatto sta comunque che – mentre era lì sul bordo della piscina a rimuginare, come ormai si ritrovava a fare quasi continuamente, sul significato vero da dare a certi messaggi – Lupo, in vena di feste e per leccarlo, dette uno scossone alla sedia a sdraio da cui si stava alzando facendo leva sulle mani, e la sedia a sdraio, come si dice volgarmente, scriccò.

Tutti più o meno capiranno quanto sia doloroso rimanere incastrati con le mani nei legni di una sdraia, anche perché il peso del corpo che ricade determina su quei legni una terrificante pressione: fu così, svenuto e attaccato alla sedia, che lo ritrovò quella sera Gina di ritorno da macellaio.

Per parecchi giorni il Presidente avrebbe dovuto tenere le mani fasciate, e per la destra la prognosi era stata più lunga; ed ora quando radunava i suoi a riferire sembrava una mummia egiziana, e a tutti veniva da ridere con suo grande disappunto.

Quand’era solo con la signora Tina, la fedelissima segretaria, si sfogava e lei, che sapeva mantenere il contegno, rimaneva seria e impassibile a sentire tutte quelle storie.

Il Presidente non ne poteva più della vocetta che continuava a torturarlo per telefono e che ora si materializzava in graziosi bigliettini spediti da tutte le parti: e ne poteva ancora meno di quel bastardo dell’investigatore, di Renzo, che secondo lui gli teneva il sacco e intascava tangenti, e di Lupo che, sarà stato per affetto, lo aveva conciato a quel modo; di Canoa poi non ne parliamo, gli faceva ancora male e dispetto,  e per quanto riguardava la sprovveduta cugina, l’avrebbe tenuta in carcere ancora per molto.

Ad una delle sceneggiate la signora Tina si commosse, e guardandolo con palese commiserazione per lo stato pietoso in cui versava (si doveva anche far pettinare da Gina e far fare il bagno dalla signora Palmina)  lo indusse a prendersi un periodo di riposo magari breve: qualche giorno se lo permette di tanto in tanto anche Andreotti, il gobbaccio, come lui chiamava il grande statista quando era sicuro che non lo sentisse nessuno.

Decise che era la migliore soluzione e si fece preparare dalla zia Palmina la valigia Louis Vuitton non originale regalata da una ditta di falsari cui aveva fatto dei favori.

Sarebbe andato a Firenze, aveva voglia di un tuffo di solitudine tra splendori, tradizioni e antichità: avrebbe visto scorrere il fiume melmoso dalla finestra del 5 stelle pagato dalla ditta, e passeggiato su e giù per il centro con le mani in tasca (ma forse con quel volume di bende non avrebbe potuto mettercele…) e libero da ogni scadenza.

Tant’era depresso che chiese di accompagnarlo alla signora Tina, come portarsi dietro la povera madre, raccomandandole di dirlo anche alla figliola, con la quale lei viveva da sola dopo che il marito, un dipendente della fabbrica, un anno prima era sparito dalla circolazione per motivi a lui oscuri, e se ne era andato in India con una specie di puttana, anch’essa della ditta.

 

.

CAPITOLO III

 

 

 

Partirono in treno alla proletaria senza Renzo, che ora decisamente il Presidente considerava un traditore, ma che tuttavia li accompagnò alla stazione con aria distaccata.

In treno, affondato nel vagone di prima, si fece leggere Pecos Bill dalla signora Tina , dormicchiò, osservò il paesaggio, pensò a tante cose: a Gina che, così furbastra, spesso era fuori controllo, ai figli con cui aveva perso ogni contatto per quella maledetta vita sempre piena di impegni, al povero padre che in treno c’era stato solo da alpino, alla cara ed infaticabile  madre sempre indaffarata tra l’orto, la cucina e il pollaio; provò tenerezze e malinconie sconosciute, stranamente si sentiva distaccato dal denaro, di cui pure aveva sempre avuto brama e piena la cassaforte.

La ragazza, la figliola della signora Tina, di carattere riservato e taciturno, non parlò mai, non disse una parola; aveva provato a coinvolgerla in qualche discorso, ma poi lasciò perdere, come tirare fuori il sangue dalle rape; sembrava proprio che fosse muta, visto che si limitava ad assentire e dissentire.

Le stanze in albergo erano vicine e comunicanti, la signora Tina se ne era raccomandata formulando la prenotazione: lei doveva pettinarlo, mentre per la barba e per il bagno fu chiamato un commesso del piano, un negro ridente e robusto che fece il suo dovere con distacco, praticando solo di tanto in tanto qualche veloce ispezione digitale; e a tavola, nella sfarzosa sala da pranzo dell’hotel, c’era pure da imboccarlo, tra i mormorii e le risatine di tutti i presenti.

Ma già la prima notte, verso le tre, quando appena era riuscito a prendere sonno, il telefono cominciò a squillare; lì al buio non riusciva a capire dove si trovasse, dette con la mano destra una legnata contro il comodino che lo fece urlare, ma riuscì dopo molti tentativi a trovare la luce e ad innestare all’apparecchio la viva voce non potendo prenderlo in mano; si diffuse per la stanza l’avvertimento di sempre, la ragazza dunque sapeva dov’era, e lui non poteva più immaginare né capire.

Quegli avvertimenti sulle mani erano divenuti paurosi, anche perché in fondo si erano realizzati.

La mattina, dopo una notte insonne riferì tutto alla signora Tina che era venuta a pettinarlo, e lei rimase zitta; e così anche la notte successiva e la terza.

Non si divertiva più a passeggiare, sembrava svagato ed era del tutto inappetente, malgrado la signora si sforzasse a imboccarlo a dovere, mentre la ragazza mangiava con formidabile appetito in silenziosa allegria; il quarto giorno la signora Tina gli mostrò l’invito per un’asta, alle sedici sarebbero andati e così avrebbe potuto distrarsi.

Svogliatamente accettò, tanto cosa gliene importava, sarebbe andato a vedere quei furfanti che comprano di tutto fregandosi l’uno con l’altro.

Alle sedici puntualissimo era già seduto in terza fila nella rutilante sala del grandioso palazzo, strapiena di quadri, oggetti e tanta altra roba: la signora Tina si era sistemata alla sua sinistra per parlargli all’orecchio buono, mentre la ragazza si era accomodata a destra accavallando le gambe con elegante naturalezza.

Davanti a loro i soliti compratori ricconi e sbruffoni.

Il battitore aveva una faccia da vecchio sciacallo ma si muoveva con grande abilità: i pezzi a poco a poco divennero sempre più prestigiosi e si era cominciato in breve a discorrere a suon di miliardi, ma la cosa lo lasciò indifferente: non gli pareva esistesse in sala qualcuno capace o disposto a spendere quelle cifre per un pezzo di tela pitturata e una cornice anche dorata, chiunque fosse l’autore di quei quadri.

Comunque non riusciva a seguire le procedure,  assorto com’era nel suo ormai unico pensiero, quello di scoprire il mistero che aveva ridotto le sue mani in quello stato.

-Presidente – gli sussurrò a un tratto la signora Tina  – la sta salutando Sua Eminenza, gli faccia un cenno anche lei.

In effetti tre posti più avanti c’era un monsignore grosso e rosso che gli sorrideva affabile.

Alzò allora la mano per salutarlo, e in quel momento la signora Tina disse forte – venticinque! – con la sua voce stentorea e un po’ rauca da maschio.

Rimbalzò chiara la voce del battitore:

– venticinque e uno, venticinque e due, venticinque e tre! Assegnato al signore con la mano bendata! Complimenti!

E menò la mazza sul tavolo.

In quel momento capì, tutti lo guardavano e mormoravano, ed il battitore continuava a ciarlare:

– Bene signore il quadro è suo, complimenti, un acquisto felice!

– Venticinque che? – balbettò il Presidente rivolto alla signora Tina.

– Miliardi – rispose lei gelida.

– Ma sono rovinato, non è possibile, è tutto quello che ho in Svizzera.

Fu allora che la signora Tina sorrise, sorrise come non aveva mai fatto, e la ragazza alla sua destra, finalmente parlando:

-L’avevo avvertita Presidente – disse con quella vocetta – di stare attento alle mani: ha visto che ha combinato?

Svenne immediatamente e fu portato all’aperto da un paio di inservienti.

Un ragazzone  presente, con i capelli lunghi e biondi, probabilmente del terzo genere, gli volle fare per forza un bocca a bocca, e svegliandosi se lo ritrovò sopra: aveva gli occhi celesti, un viso gradevole da quasi quasi e non pesava nemmeno troppo… ma fu bruscamente riportato alla realtà dal brusio che lo circondava, proveniente da fotografi, giornalisti e curiosi.

Pensò anche con un colpo al cuore che senza una lira sarebbe andata all’aria la campagna Peppe

for President cui teneva tanto, non essendo immaginabile che sarebbero bastate la lingua e le altre cose della signora Arianna a coprire tutte le spese, come invece era successo con Sua Eminenza.

-La fattura la facciamo a lei personalmente o ha una ditta? – incalzò intanto un commesso dell’asta con i modi di chi non ha tempo da perdere.

Svenne un’altra volta, mentre la signora Tina e la ragazza se ne erano già andate.

*****

La vendetta a lungo meditata, da quando il Presidente aveva controfirmato a Renzo l’ignobile licenziamento del loro rispettivo marito e padre, era finalmente compiuta.

Infatti era partita da Renzo l’origine del disastro: il signor Cannoni, così si chiamava il marito della signora Tina, lo aveva colto in flagrante mentre in piedi in un bagno della amministrazione, appoggiato alla finestra, riceveva inequivocabili effusioni da un’impiegata della ditta; Renzo – e chi li avrebbe sentiti i sindacati! – per evitare casini aveva acquistato il silenzio di entrambi con una somma importante che avrebbe fatto fuori al Presidente, ma a patto che i due subissero il licenziamento senza rompere le scatole e se ne andassero a vivere in un paese lontano.

Al signor Cannoni non era sembrato vero di prendersi una bella somma, di potersi sfilare dalle grinfie della signora Tina che lo teneva sempre a dieta, e di partire per l’estero con una signora che faceva  li vucchì  nei cessi dell’azienda; ed anche la donna aveva preferito andarsene via dal marito, che era un palloso insopportabile, per iniziare una nuova vita in un paradiso turistico con un bel gruzzolo nella borsa, e con una attività senza frontiere e senza spese, praticabile con successo, dal momento che tutti gli uomini dicevano ancora di lei mamma mia quant’è bona.

Invece la signora Tina non aveva digerito l’accaduto, e s’era sentita tradita dal Presidente, cui aveva dedicato una verginale vita professionale, senza sapere che il Presidente in realtà ignorava che il signor Cannoni fosse il marito di lei, che conosceva solo con il nome da ragazza con il quale era stata assunta, e cioè Monteforte Valentina detta Tina; aveva così programmato con la figliola quella vendetta che doveva avere come oggetto le mani del Presidente responsabili di quella firma, ed avevano cominciato facendogli recapitare la busta incendiaria.

La figliola poi aveva cominciato a tempestarlo di chiamate ad ogni ora del giorno e della notte provocandogli sempre più confusione e stringendolo a muro; e per loro era stato facile seguirne i movimenti in quanto la signora Tina sapeva sempre dov’era  per informazioni dirette o fornite da Renzo, compresa quella sera che era nel bordello della cugina in camera con Canoa la quale o il quale, d’accordo con loro, oltre a sottoporlo allo stupro delle retrovie, gli aveva sferrato un terribile colpo di karate, di quelli che spezzano le tavolette, sulla mano ustionata; e finalmente l’obbiettivo era stato raggiunto con enorme danno del Presidente, poiché il quadro acquistato non era certificato, come la stessa Casa d’Aste aveva tenuto a precisare.

Con ciò si conferma come i detti popolari e gli antichi proverbi abbiano sempre ragione, e quindi come anche in questa occasione si possa fare loro riferimento, specificatamente a quello che avverte che chi di mano ferisce di mano perisce.

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