aprile 24, 2015 at 9:13 am

La favola di minchietta

La favola di minchietta

C’era una volta in una città ducale un certo Minchietta, tonico come una giovane Palma, uomo con il sistema neurotico bloccato sull’ego ed il superego, venerante il Dio Euro e leader di uno zoccolone duro di comPalmeros, esseri ignobili ingordi unicamente di appropriarsi delle robe altrui suo tramite, e per questo sempre inneggianti viva Minchietta, Minchietta for ever, Minchietta solo tu, Minchietta qua, Minchietta la’, etc. etc.

Minchietta non era il podestà della antica città, ma in pratica lo era, disponendo e comandando tutto il da farsi comunale durante riunioni in un elegantoso e ridondante appartamento con balaustre, tutto pitturato Di Ruscio, oberato di colonne e triangoli, sito al di sotto della reggia ove lui viveva in Jaguar decapotabile frutto di reato.

Minchietta, che doveva tutto ad un grande dell’epoca della sua adolescenza, che l’aveva benvoluto per la boccuccia di rosa e per il bel di dietro giovanile, e non certo per il modesto davanti (Minchietta..!), aveva cominciato la sacra ascensione come Presidente dell’Istituto creditizio dove, per pompina sua magna e per altrui favor, era stato collocato, e dove operava tramite un direttore così tanto subordinato che veniva chiamato Schiavon.

Di qui l’appetito gli era venuto mangiando divenendo fame e, per ben aduncare le mani sulla intera popolazione, diceva passeggiando cordialmente “ohe’ come stai” sia ai sinistri che ai fascistoni, collocando ad hoc, hic et inde, qualche loro consorte o morosa o progenie, per tenersi tutti caninamente mansueti, abbagliati quei poveri gaglioffi dalla piega sferzante dei suoi pantaloni e dalle puntute scarpe giallo-melone, gratis ma costose alla vista.

Inoltre i comPalmeros credulones traevano faro di sua generosità dal che egli continuamente palpasse le proprie tasche internandovi le mani, mentre per lui ciò altro non era che inutile ricerca in zona degli inesistenti apparati sottostanti ( Minchietta..!)

Un bel giorno, quando fu capito anche dai comPalmeros più restii che Minchietta era in realtà solo un accaparrane, volendo tutto per sè e nulla dando, se non qualche sordido avanzo, con l’aiuto di un granfeudatario finanziario suo amico del cuore ma con molti Grilli in testa, della sua stessa pasta, spietato e birbissimo, gli fu decisa tra tutti la fine del Monteverde.

A tal fine gli furono sotterfugiatamente recisi piano piano i cordoni loggiatici, sacrali e civili, tanto da renderlo una bombarda senza miccia, pensando che inutilmente- ormai slabbrato in bocca e floscio sul di dietro – da una parte passasse all’altra cercando l’araba fenice ma senza rinvenirla, cominciando anche egli ad orrorare che neanche il posto di lavoro, con cocchiere continuo e sedia dorata, sarebbe più esistito.

Questa doveva essere la fine di Minchietta, e di tutti quelli troppo voraci che – detenendo il potere –non amano il prossimo loro come se stessi.
Invece Minchietta, aggrappandosi ora di qua ora di là, ancora resiste nel suo scranno d’oro, non si sa fino a quando, ma probabilmente per l’eternità.

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